Lo sviluppo del Brasile tra innovazione, infrastrutture e politiche sociali.

Abbiamo il piacere di pubblicare un articolo molto interessante e ben documentato di Emanuela Melchiorre, giovane economista e giornalista italiana, sullo sviluppo del Brasile. L’articolo pone in evidenza, con dovizia di dati e attenta osservazione, il risultato positivo in merito alle politiche di sviluppo attuate in Brasile e, nel contempo,alle politiche sociali di redistribuzione del reddito. Si tratta di un prezioso contributo, già apparso sul sito www.lafinanzasulweb.it che sottoponiamo all’attenzione dei nostri lettori.
Inoltre, riportiamo anche un reportage video realizzato dalla stessa autrice, disponibile cliccando qui.
Per maggiori informazioni su Emanuela Melchiorre, che ringraziamo per la disponibilità, vi rimandiamo al suo blog

Lo sviluppo del Brasile tra innovazione, infrastrutture e politiche sociali
di Emanuela Melchiorre

Dal secolo scorso a quello attuale si è posta più volte all’attenzione di tutto il mondo l’evoluzione economica di uno dei maggiori paesi dell’America latina, il Brasile, convogliando le speranze e le attese di cambiamento delle sorti, non solo dello stesso Paese, ma di tutta l’America meridionale. Spesso nel passato le aspettative sulle sorti economiche e sociali del Brasile, tuttavia, sono state frustrate. È accaduto già all’epoca del cosiddetto “boom del caffè” e del caucciù, tra la fine dell’ ‘800 e gli anni Trenta del Secolo scorso. Tale periodo di crescita venne stroncato dalla crisi mondiale del 1929-30 che provocò il crollo del mercato interno. È accaduto nuovamente con la “modernizzazione autoritaria” del presidente Getulio Vargas, che operò per il rafforzamento dello Stato e per l’introduzione di riforme economiche e sociali volte a promuovere il commercio e l’industria, allo sfruttamento delle risorse petrolifere e a dare impulso all’istruzione della popolazione. Ci sono stati poi gli anni Cinquanta con la “modernizzazione democratica” di Juscelino Kubitscheck, che promosse opere pubbliche e infrastrutturali: furono costruite strade e dighe, la nuova capitale, Brasilia, e permise l’apertura dell’economia brasiliana al capitale straniero, associato però a quello nazionale, e l’allargamento del mercato interno.
Queste sperimentazioni furono tuttavia interrotte bruscamente, schiacciate dalla reazione degli interessi di volta in volta colpiti e degli ambienti militari, come avvenne nel 1964 con il golpe che portò al governo i generali che si alternarono al potere sino alla transizione democratica nel 1984, con l’elezione di Tancredo Neves. Da allora è iniziata una complessa fase di ordinamento istituzionale ed economico, i cui maggiori successi si sono avuti sotto le presidenze di Fernando H. Cardoso (1995-2002) e di Luiz Iñacio Lula da Silva (2003-2010). Durante i due ultimi governi il Brasile è diventato una fra le economie emergenti di maggiore crescita, una potenza regionale con ambizioni globali.
Cardoso con il Plan Real ha stabilizzato l’economia, abbattuto l’inflazione e privatizzato le maggiori imprese pubbliche. Lula ha continuato le riforme di mercato intraprese dal suo predecessore assieme ad una avveduta politica redistributiva. Ha realizzato, inoltre, investimenti in infrastrutture, con una prudente disciplina di bilancio. Il 2010 è stato un anno elettorale e la candidata del PT, appoggiata dal presidente Lula Da Silva, Dilma Rousseff ha vinto le elezioni. La Roussef si è insediata il 1 gennaio 2011 con l’intenzione di seguire le orme del suo predecessore e di consolidarne i risultati.
Il nuovo risveglio brasiliano è stato quindi, in sostanza, caratterizzato dalle maggiori esportazioni, dalla scoperta di nuovi giacimenti petroliferi, dalla stabilità finanziaria, istituzionale e dalla coesione democratica, dalla bassa inflazione, dalla crescita degli investimenti nazionali ed esteri. Soprattutto però è stata la crescita esplosiva della domanda interna, grazie a politiche sociali di garanzia del reddito minimo, che ha consentito di passare quasi indenne la crisi recessiva del 2008-09. Nel 2008 il paese ha registrato un PIL pari a 1,58 miliardi di dollari, ma già nel 2010, con una crescita del 7,5%, ha superato i 2 mila miliardi, sorpassando l’Italia e posizionandosi fra le prime 10 economie del mondo.

Molti aspetti del risveglio economico del gigante sudamericano saranno approfonditi nell’intervista ad Antonio Calabrò direttore della Fondazione Pirelli e Senior Vice President Cultura di Pirelli & C. S.p.A. visualizzabile sul sito www.lafinanzasulweb.it o tramite il Qr code di questa pagina.
Ma come diceva Robert Kennedy il 18 Marzo del 1968 in occasione del suo discorso all’università del Kansas, il Pil di una nazione è un indicatore inadeguato per valutare “tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”, ossia meno solennemente è un indicatore inadeguato per valutare il benessere delle nazioni economicamente sviluppate. Nel 2008 i premi nobel per l’economia Joseph Stiglitz e Amartya Sen e l’economista francese Jean Paul Fitoussi furono invitati da Nicolas Sarkozy ad istituire una commissione di esperti al fine di valutare quanto ancora il Prodotto Interno Lordo sia un indicatore affidabile del progresso economico e sociale. Le conclusioni dei lavori furono in estrema sintesi che il pil costituisce “La misura sbagliata della nostra vita”.
Il Pil è calcolato in base ai corrispettivi, alle decisioni di scambio sul mercato, è un indicatore dello stesso mercato. Nulla dice a proposito della qualità dei servizi resi, o alla loro accessibilità o disponibilità, specie se si considerano i servizio dedicati alla salute della popolazione o alla sua istruzione. È un indicatore quantitativo ed esclude ogni giudizio sul livello qualitativo dell’economia.
I Paesi in via di sviluppo, che si trovano a dover competere con i Paesi sviluppati non solo economicamente, ma soprattutto in termini di sviluppo sociale, devono tener presente che una vera evoluzione di un Paese comincia dalla sfera sociale e si tramuta in quella economica. Possiamo quindi prendere in considerazioni altri indicatori più interessanti secondo l’ottica di giudizio appena prospettata che, combinati tra loro in una sorta di “cruscotto dell’economia”, possano fornire parametri più vicini alla valutazione qualitativa dell’esistenza e della società. Può essere interessante considerare l’indice di scolarizzazione, l’aumento di speranza di vita alla nascita della popolazione, e molti altri, in un calcolo estremamente complesso che esula dalle finalità specifiche delle pagine di questa Rivista. Più semplicemente invece possiamo partire dall’assunto che quanto più vasta sia la cosiddetta middle class, la classe media, tanto più un paese può dirsi socialmente evoluto e di conseguenza economicamente avanzato.
Per questo motivo è interessate capire quanto vantaggio economico dato dal nuovo risveglio brasiliano si sia trasformato in evoluzione sociale. E questo possiamo comprenderlo approfondendo le cosiddette politiche sociali che il paese ha affrontato durante i due più recenti governi e gli effetti che tali politiche hanno prodotto.

La politica sociale brasiliana
Durante gli 8 anni della presidenza di Lula, dal 2002 al 2010, secondo dati ufficiali la povertà sarebbe diminuita del 50,64% grazie a piani di sviluppo e alla Bolsa Familia, il sussidio garantito dal Governo federale ai disoccupati e a coloro che sono fuori dal mercato del lavoro. La Bolsa Familia ha integrato i cinque sussidi esistenti istituiti durante il governo Cardoso, assegnando la competenza al Ministério do Desenvolvimento Social, Mds, provocando un aumento della spesa pubblica a sostegno delle politiche di reddito minimo, che è passata da 0,18 per cento del Pil nel 2002 a 0,5 per cento nel 2009.
Per i più poveri il reddito è cresciuto del 68% nel decennio scorso, mentre per la fascia dei più ricchi è salito solamente del 10%. Secondo stime ufficiali la crescita dovrebbe continuare anche nel decennio appena iniziato. La priorità del governo federale dovrà quindi essere quella di attuare un’attenta politica di contenimento dell’inflazione. La riforma ha permesso di espanderne la copertura: da poco meno di 5 milioni di famiglie nel 2001, a 12.1 milioni nel 2009, pari al 26 per cento della popolazione del Brasile.
Usando dati 2001 della World Bank per Brasile, il coefficiente di Gini brasiliano (0,593) risultava appena inferiore a quello dei paesi con i tassi di disuguaglianza più alti al mondo, tra cui il Sierra Leone (0,629) (World Development Indicators 2005). Stime ufficiali attribuiscono la riduzione del coefficiente di Gini tra il 2001 (0,593) e il 2005 (0,566) alle politiche di sostegno al reddito (Bolsa Familia a partire dal 2003). Le stime della Cia non sono sensibilmente diverse (v. mappa).

Profilo della classe media brasiliana
Secondo le previsioni del Wolfensohn center for development della Brookings, la classe media in America centrale e meridionale nel 2030 raggiungerà i 313 milioni di persone. In Brasile, in particolare, la classe media genera un giro d’affari di 623 miliardi l’anno, contro i 740 miliardi in Italia (stime Ubi Banca).
L’Ocse ha tracciato il profilo degli appartenenti alla classe media, evidenziando alcuni aspetti rilevanti: si tratta prevalentemente di nuclei familiari con almeno due persone, occupati nel settore delle costruzioni, dei trasporti o della comunicazione e sono mediamente giovani.
Per quanto riguarda i comportamenti di consumo, la Razorfish, società americana di ricerche di marketing, evidenzia una forte propensione all’acquisto di nuove tecnologie (televisori, cd, telefoni cellulari, elettrodomestici) ed in secondo luogo il decisore d’acquisto è prevalentemente una donna. Si tratta di un cambiamento importante nei comportamenti d’acquisto ed è interessante quindi tenere conto del fatto che oggi in Brasile circa il 30% delle donne mantiene una famiglia con il proprio lavoro.

Crescono i salari e cala la povertà
L’aumento del reddito è stato generale e, in particolare, sono variati sensibilmente i salari minimi. Nel 2011 la classe media brasiliana ha raggiunto il 54% della popolazione. Nell’ultimo anno 2.700.000 brasiliani sono entrati a far parte della classe media, secondo un rapporto dal titolo ‘Observador Brasil 2012,’ pubblicato da Cetelem BGN, gruppo BNP Paribas, in collaborazione con Ipsos, Affari Pubblici. Un rapporto sull’occupazione mensile (PME) che è stato rilasciato nel mese di settembre di quest’anno dall’ufficio governativo di statistica brasiliano, l’IBGE, ha documentato che il salario medio del lavoratore brasiliano si aggirava intorno ai $ 1.700 circa nel febbraio di quest’anno, il livello più alto dal marzo 2002.
L’aumento dei salari minimi è andato di pari passo con le politiche di controllo del territorio delle vaste favelas che caratterizzano le megalopoli brasiliane. Alcune falvelas sono state infatti “pacificate”, ossia strappate al controllo del narcotraffico. Investimenti nelle vie di collegamento all’interno dei quartieri sono stati accompagnati ad un piano di costruzione di case e di alloggi per le persone trasferite dalle autorità per la costruzione delle vie di collegamento. Tutto questo ha permesso il rifiorire di molte piccole attività commerciali, negozi e servizi, ed ha permesso in parte di favorire alcuni fenomeni di integrazione delle favelas con il tessuto urbano.

Un interessante esempio da considerare
L’implosione economica del socialismo reale (1989 la caduta del muro di Berlino) ha dato l’idea che quel modello di economia liberista fortemente orientata al mercato fosse la soluzione di tutti i problemi non solo economici ma anche sociali. Il Brasile ha invece dimostrato in questi ultimi vent’anni che l’apertura al mercato e ai capitali stranieri, sostanzialmente le politiche liberiste e orientate al mercato non sono in contraddizione con le politiche sociali e di sostegno alle difficoltà non solo economiche della popolazione. La combinazione delle due differenti politiche, quelle economiche e quelle sociali, espleta risultati superiori a quelli di politiche esclusivamente economiche e di contenimento della spesa pubblica. Il nostro paese invece ha percorso una via differente, seguendo i diktat europei di contenimento della spesa pubblica e di abbattimento del debito. Il risultato fino ad oggi è stato l’assottigliamento della classe media, disoccupazione e recessione. Le ultime stime di crescita per l’anno in corso sono del -2,4%. Difficilmente riusciremo ad uscire dalla spirale avversa della disoccupazione e della recessione se le evoluzioni della società e della politica continueranno ad essere espresse in dimensioni esclusivamente economico‐finanziarie.