Il “Caso Brasile”: la pesante eredità di Lula e la sua lezione per la sinistra europea

DA “CRISTIANI SOCIALI NEWS” – DIC 2010

IL “CASO BRASILE”: LA PESANTE EREDITA’ DI LULA E LA SUA LEZIONE PER LA SINISTRA EUROPEA

Luis Inacio Lula da Silva aveva già scritto una pagina storica per il Brasile quando, nell’ormai lontano 2002, conquistò al suo quarto tentativo la Presidenza della Repubblica del suo Paese: la parabola del povero metallurgico emigrato dall’arido nordest nella industriale città di San Paolo, divenuto leader sindacale nazionale e quindi fondatore del Partito dei lavoratori, il PT, aveva già elementi sufficienti per entrare negli annali della storia del continente sudamericano.
In pochi allora avrebbero scommesso che a distanza di otto anni, e quindi a conclusione del suo secondo mandato di Presidente, Lula sarebbe stato il leader mondiale con il più alto livello di consenso popolare con una percentuale non lontana dal 90% di approvazione.
Un tale successo merita probabilmente una riflessione attenta e non superficiale, con qualche considerazione che potrebbe tornare utile anche ad una sinistra europea in crisi ed alla parallela ricerca di nuove politiche e una nuova leadership.
Per comprendere il “caso Brasile” e di conseguenza il motivo del successo della Presidenza Lula, occorre partire dagli otto anni di presidenza del suo predecessore, il socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso. Una presidenza, quella di Cardoso, segnata anch’essa da importanti conquiste e dal recupero di credibilità internazionale del Paese latinoamericano, dopo l’epoca dittatoriale degli anni ’70 ed il difficile processo di democratizzazione conclusosi con l’impeachment del Presidente Collor nel 1992. Cardoso, un sociologo che aveva vissuto da esiliato in Francia gli anni della dittatura, vinse le elezioni del 1994 grazie al “Piano Real” che introduceva – dopo anni di svalutazione e iperinflazione – una moneta stabile e forte, il Real appunto; la sua politica economica permise al Brasile di iniziare una lenta ma costante crescita, accompagnata per la prima volta da una azione di responsabilità fiscale che imponeva agli Stati federati di non spendere risorse superiori alle loro entrate. Una politica virtuosa che finì, soprattutto nel secondo mandato, per concedere troppo ai mai sopìti appetiti delle elite dominanti del Paese che, attraverso alcune grandi privatizzazioni, misero nuovamente le mani sulle principali risorse del Brasile, rendendo vano ogni possibile tentativo di affrancamento dai potentati economici interni come anche dal FMI e dalla Banca mondiale. Ma c’era una cosa che il saggio Cardoso non aveva capito e che sarebbe stata invece la vera “chiave di volta” della vittoria e dei due mandati di Lula: il Brasile aveva un mercato interno potenziale di oltre cento milioni di persone; un mercato che soltanto una mirata e determinata politica di carattere sociale con al centro la lotta alla povertà e la ridistribuzione della ricchezza avrebbe potuto attivare, facendolo diventare il vero volano dell’economia del Paese.
E’ quello che Lula ha fatto nei suoi otto anni di governo, smentendo tutti i teorici della cosiddetta “politica dei due tempi”, secondo i quali prima bisogna risanare e mettere a posto i conti pubblici per poi avviare politiche sociali di perequazione e ridistribuzione.
Il progetto “borsa famiglia”, tacciato di assistenzialismo dai suoi critici miopi e spesso prevenuti, ha consentito ad oltre ventidue milioni di brasiliani di uscire dalla soglia della povertà nella quale tutti i governi precedenti li avevano relegati, nella convinzione quasi rassegnata che il Brasile sarebbe cresciuto mantenendo le assurde e anacronistiche divisioni di carattere sociale ed economico.
E la cosa straordinaria è che la fuoruscita di ventidue milioni di poveri dal limbo sociale nel quale si trovavano non ha coinciso né con una guerra tra poveri né con una riduzione della classe media. Al contrario: la classe media è stata interessata da una mobilità interna che l’ha a sua volta rafforzata con l’ingresso di circa trenta milioni di persone, facendola diventare per la prima volta la classe dominante nel Paese.
Sono questi successi che compongono la pesante eredità che il Presidente Lula lascia al suo successore.
Un’eredità nella quale due componenti importanti sono riferibili alle due matrici storiche del PT e dello stesso Lula: mi riferisco al forte radicamento sindacale e alla dimensione religiosa. Due aspetti forse eccessivamente ignorati dalle più recenti analisi della situazione brasiliana. Il rapporto con le organizzazioni dei lavoratori e i movimenti ecclesiali di base ha infatti caratterizzato fortemente la nascita del Partito dos Trabalhadores e la storia personale di Lula; le stesse elezioni presidenziali di quest’anno sono state segnate in maniera determinante da questi fattori. Per la prima volta, ad esempio, il movimento sindacale brasiliano è unito e compatto intorno ad un unico candidato, con conseguenze non ininfluenti dal punto di vista elettorale. Più complessa la dimensione religiosa; qui un fatto nuovo per il suo forte impatto nel primo turno è stato senz’altro il ruolo attivo delle sette evangeliche, determinanti per il successo personale del “terzo incomodo” (l’ex Ministro dell’Ambiente del primo governo Lula, Marina Silva) e la concentrazione del dibattito su temi “eticamente sensibili” come la questione dell’aborto. La conferenza dei vescovi brasiliani, ovviamente, non ha preso posizione a favore di questo o quell’altro canddidato; vorrei qui però segnalare come il vescovo che negli anni duri della dittatura ospitò Lula e i suoi colleghi sindacalisti presso la cura vescovile di San Bernardo, Mons. Claudio Hummes, è oggi uno dei porporati di fiducia di Papa Benedetto XVI in Vaticano.
La responsabilità di riporre in buone mani un tale bagaglio di conquiste, ma anche la convinzione che il Brasile di oggi rimarrà a metà del guado se tale azione non sarà portata a termine nella sua pienezza rivoluzionaria, hanno indotto lo stesso Lula a indicare il nome della persona che meglio di ogni altro ha le caratteristiche personali e le competenze specifiche per portare a termine il suo progetto. Nessuno meglio di Dilma Rousseff, Ministro della “Casa Civil” ed esponente di punta del governo Lula proprio nei settori strategici che hanno consolidato la crescita economica ed i successi sul piano internazionale del Brasile, poteva raccogliere il testimone dalle mani dell’ex metalmeccanico nordestino.
Stupisce vedere come, anche in Italia, una violenta campagna di disinformazione fondata su dati parziali e spesso infondati, ha dipinto la candidata favorita alla Presidenza del Brasile come una “ex guerrigliera”, ridicolizzando e decontestualizzando la lotta della stessa Dilma alla dittatura e soprattutto dimenticando o minimizzando le sue straordinarie competenze in materia economica o il suo ruolo centrale nella conduzione del “PAC”, il Piano di Crescita Accelerata che ha fatto sì che in questi anni il Brasile si candidasse con successo non soltanto all’organizzazione dei campionati mondiali di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016 ma soprattutto alla conquista nei prossimi anni del ruolo di quinta potenza mondiale e quindi di indiscusso Paese-leader a livello continentale e internazionale.

Fabio Porta